Bye Bye Ankara

Novembre 9, 2009

L’ospitalità accordata dal governo turco al presidente Sudanese Bashir rappresenta un nuovo ulteriore momento di conflitto tra Ankara e l’Occidente.

Negli ultimi mesi più volte il governo di Erdogan e Gul ha messo in atto comportamenti che lo stanno allontanando dall’Unione Europea come anche dalla NATO, organizzazione della quale la nazione anatolica è stata uno dei pilastri per mezzo secolo, ed ormai sembra che l’aspirazione ad essere ammessi nell’Unione Europea si sia raffreddata molto.

Uno dei maggiori ostacoli all’ingresso nell’Europa unita è stato sempre, spesso per mascherare altre problematiche, il mancato incontro dei criteri di Copenaghen, ovvero quelli che disciplinano gli standard dei diritti umani dei paesi membri dell’Europa. A questo erano strettamente connessi gli annosi problemi della discriminzaione dei Curdi ed il problema del mancato riconoscimento del genocidio armeno, che portava riflessi anche sulla vita interna turca.

Con questo governo di islamisti moderati che si presumeva intenzionati a superare le contraddizioni del senescente kemalismo, alcuni di questi problemi sembravano indirizzati verso una soluzione; di recente, nel silenzio pressocchè totale della stampa italiana, il governo ha fatto fallire o quantomeno ritardare il processo di pace in Kurdistan con nuove immotivate repressioni,  colpendo persino la marcia della pace che dal Kurdistan si dirigeva verso Ankara per cominciare un dialogo aperto e su basi nuove.

Oltre ad aver interrotto le collaborazioni con Israele ed aver lasciato mano libera a rigurgiti antisemiti di bassa lega, molto recentemente Erdogan ha tentato di sdoganare Ahmadinejad rilanciando i legami con l’Iran in questo momento nel quale il regime dei mollah è sotto scacco per svariati dossier.

Ed ora le porte aperte a Bashir, il boia del Darfur, e non solo, un personaggio a capo di un regime ventenanle fondato sul terrore e che ha fornicato con i radicali islamici della peggior risma; accompagnata a tutto ciò, una reazione stizzita verso l’Europa, che ora appare, o almeno dovrebbe apparire, ma con Bruxelles non si sa mai, più lontana.


4 novembre novanta +1

Novembre 4, 2009

Il 4 novembre è oggi la cosidetta giornata delle forze armate.  Si depone una corona, anche ser qusi nessunoi sa più perchè,  e la domenica dopo, o quella prima non mi ricordo mai, qualceh caserma apre le porte al pubblico con qualche parà che si lancia sui teloni, un paio di vecchi aerei parcheggiati oppure chissà cosa.

Mandiamo le nostre forze armate in giro per il mondo per mascherarci di un prestigio di cartone, imbrigliando spesso la loro opperatività con regole di ingaggio che li trasformanoli in bersagli. E poi lesiniamo loro i mezzi adatti,  lanciandoli allo sbaraglio, con la stessa faciloneria con cui i fanti della Prima Guerra Mondiale venivano espulsi dalle trincee.

Nel 1918 finiva l’epopea dei contadini che vinseero una guerra logorante con le loro schiene, nonostante i nostri generali ed i nostri governanti. Da quella esperienza dovevano venire tanti lutti all’Italia, mentre una gnerazione intera sarebbe rimasta sempre in trincea, anche in abiti civili.

La guerra piace soltanto a chi non l’ha mai vissuta. (Erasmo)


Io e Jack

Ottobre 21, 2009

Immaginate una libreria di quartiere che, nei primi anni novanta aspira  afare il salto e proporsi come punto di riferimento. Va da se che oggi la Libreria Palma del Sic, a Roma, non c’è più, ed il suo posto è stato preso da un negozio di abbigliamento, oppure da un bar à la page. Neanche quella di Viale Europa, quella delle mille file per i libri scolastici ad ogni inizio d’anno c’è più.

Imamginate poi un giovane con l’ambizione di farsi una cultura e che da sempre guarda a sinistra, incontrare in un poemeriggio di una stagione che neanche ricorda, l’edizione Oscar di Sulla Strada, l’ultima prima di quella nei Classsici del Novecento, quelal con il saggio delal Pivano. Fu amore a prima vista per quel modo di scrivere e di vivere, l’inizio di un lungo viaggio sulla strada della letteratura beat ed americana più in generale che non è ancora finito ne credo finirà mai.

La ricerca spasmodica e forsennata di Maggie Cassidy, la vecchia edizione di Magda De Cristofaro, di cui Rinascita a Botteghe Oscure (che non c’è più), aveva tante copie quando non mi interessava, la scoperat del ciclo di Lowell e del grande Dottor Sax.

Il pomeriggio, oppure era una mattina, che nella biblioteca della Fondazione Spirito vidi, credo provenga dalla Biblioteca di Camillo Pellizzi, l’edizione americana dei Vagabondi del Dharma.

Dopo 40 anniche non ci sei, grazie Jack


La toppa, forse, peggiore del buco

Ottobre 19, 2009

Fare futuro ed Italianieuropei, forse i migliori pensatoi dell’Italia di ogggi a destra come a sinistra, hanno proposto l’introduzione dell’ora di religione islamica per gli studenti musulmani delle nostre scuole, che si fanno di anno in anno più numerosi.

A molte reazioni positive se ne sono contrapposte altre, anch’esse numerose, di senso contrario, tra le quali hanno spiccato quelle dell Lega, aprioristicamente contraria ad ogni apertura alla diversità nell’ottusità montanara dei suoi militanti, e delal Chiesa cattolica.

Quest’ultima, sempre pronta a perorare la causa delal libertà religiosa e dell’eguaglianza giuridica e sociale delel fedi in quesi contesti dove essa appare minoritaria, è invero sempre pronta a ricordare il suo peso nelle situazione ove essa si trovi maggioritaria e dove quindi venga più produttivo richiamare il principio che tutela il senso religioso della maggioranza, specialmente quando questo si trova rafforzato da un Concordato.

Personalmente credo che la Religione vada affrontata, parte com’è della sfera personale e famigliare di ognuno, al di fuori delle aule scolastiche, le quali, come ogni spazio pubblico, dovrebbero avere natura aconfessionale nel pieno rispetto di tutti i credenti, di ogni confessione o religione (mentre sinceramente mai ho capito come gli atei possano sentirsi offesi da rappresentazioni grafiche della fede come il crocefisso, tanto più che sbandierano, spesso con una veemenza da mistici esaltati, il valore della razionalità presuntamente scientifica).

Nel caso dell’Islam, religione dalle mille sfaccetature e dalle diverse interpretazioni,  sarebbe estremamente arduo riuscire a sintetizzaarla in un corso di studi, in special modo per le classi della scuola primaria, senza che questo possa significare una tradizione interpretativa invece che un’altra. Insegnare l’Islam Sunnita o quello Sciita? ed all’interno di quello sunnita, quale delle quattro scuole principali utillizzare? Insegnare la Scià dei settimani o quelal dei duodecimani? e tra questi ultimi, privilegiare la tradizone araba di Najafe  Kerbala o quella persiana di Qom?

Ancora oggi un’accordo con un Islam italiano è lontano dall’essere raggiunto per la difficoltà a comprendere chi possa presentarsi come rappresentante della fede di Allah nel nostro paese, ed anche l’esperimento della Consulta si è presto arenato, in quanto il nostro attuale  governo si è dimostrato, tutto preso com’è dagli interssi del Presidente del Consiglio e risucchiato dalle demagogiche concioni della Lega, ben poco attento al problema, mentre i componenti della Consulta stessa si dimostravano pienamente e puramente italiani scagliandosi l’uno contro l’altro, proclamandosi ognuno unico e legittimo portavoce dell’Islam italiano, e dando luogo ad una ridad di dichiarazioni degna di un qualsiasi Maurizio Gasparri.

L’introduzione di un’ora di Islam a scuola portrebbe conseguenzialmente a doversi confrontare nuovamente con questi problemi od a riconoscere, in spregio dei principi delal democrazia, una parte per il tutto dando adito a divisioni insalubri all’interno delal stessa Ummah italiana.

Piuttosto bisognerebbe riconsiderare la natura dell’insegnamento della religione cattolica stessa la quale, come sa chi ha frequentato almeno un corso della stessa nelel scsuole e non ha perso il senso critico, spesso si pone, ed in questo contrasta con quanto sostenuto a più riprese dal Cardinal Bagnasco ed inverando invece la natura gentiliana di tale insegnamento, come un ora di Catechismo, per diventare, con gli anni, poco più di un ora di buco senza costrutto, con gli insegnanti volenterosi e coscenziosi che di quando in quando salvano la situazione con programmi non ufficiali di più ampio respiro.


40 anni di incomunicabilità

Agosto 30, 2009

40 anni fa Gheddafi, e con lui un manipolo di altri giovani ufficiali abbacinati dal mito panarabo di Nasser e destinati prestissimo ad eclissarsi lasciandolo solo sul proscenio, prendeva il potere.

E oggi, dopo otto lustri di potere che fanno impallidire Mussolini e che sembrano per tanti versi più vicini,  come parabola, all’avventura spagnola di Franco, buona parte dei potenti del mondo guardano al Colonnello come ad un faro di stabilità nei due teatri, quello Arabo come quello Africano,  in cui egli continua a voler giocare un ruolo sempre fatto di  imprevedibilità come di incomunicabilità.

Ma solo pochi anni orsono era il più vituperato dei dittatori, ed il suo stato sospettato di foraggiare il terrorismo ed anzi condannato esso stesso da tribunali penali e politici per fatti terroristici, salvo poi dopo l’11 setetbre, scegliere nuove strade che lo hanno portato ad incrociare una comunità internazionale vogliosa di arruolarlo nuovamente nelle sue fila.

Passata la fase nascente nella quale si era proposto come leader post-nasseriano ed ancticoloniale, con la cacciata dalla Libia di Ebrei e possidenti italiani, archiviata implicitamente la fase delal rivoluzione verde sintetizzata nel libro omonimo, oggi, con i prezzi petroliferi sull’ottovolante della crisi e dello sviluppo di nuove aree industriali in Asia orientale, pur non avendo dismesso completamente le tattiche di ogni dittatura e cercando talvolta di rilanciare campagne politiche di distrazione di massa alla maniera di Mussolini, di Mao o di Chavez, si trova come molti autocrati del greggio, a dover costruire una prospettiva ed un itineriario nuovi per la Libia e la sua sedicente Rivoluzione, e muove passi verso una modifixazione del paese.

Come ha detto uno dei suoi figli in questi giorni ad un quotidianmo italiano, il paese è pronto per la democrazia. Diamogli la nostra che tanto è in vendita.


I Partito Democratico può vincere…

Agosto 24, 2009

… le prossime elezioni giapponesi, previste per la fine di agosto e che, secondo la maggior parte degli Yamatologi potrebbero sancire la fine del dominio politico del Partito Liberal Democratico, il cui gabinetto dura dalla ripresa della vita democratica nel Sol Levante, salvo un velocissimo intermezzo, men che annuale, del vecchio Partito Socialista.

Ora sembra che la sclerosi dei gruppi di potere catalizzati da decenni attorno ad un partito che con il tempo ha visto aprirsi nella sua corazza scalfitture tali da mettere in luce un peccato originale, ovvero una linea di continuita, a dire il vero sottolissima ma comunque esistente, con il vecchio Giappone prebellico ed anche bellico, come dimostra la storia famigliare dell’attuale premier Aso, sia davvero giunta al punto di non ritorno.

Certo già in svariate occasioni abbiamo sentito dire che il Partito al governo era ormai sconfitto e poi questo non è mai avvenuto, mentre i vecchi dinosauri hanno avuto invece la forza di disinnescare quella salutare mina di rinnovamento che Koizumi aveva rappresentato, attraverso le sue politiche ma ancor più attraverso una immagine di uomo politico nipponico nuova e spregiudicata, salvo arenarsi in quelal riforma delle poste, bastione del rispoarmio in un paese che è bastione del risparmio esso stesso,  che rappresenat l’equivalente, nel Sol Levante, della riforma sanitaria per gli USA e di quella del Pubblico Impiego e del lavoro da noi.

Una sconfitta del Partito Democratico, autorizzerà a riflettere, stante le condizioni, su quanto la democrazia, intesa come sistema elettore e politico più che come ideologia e sistema di valori, abbia permeato nei fatti la realtà giapponese di un paese da leggere con occhiali speciali e multifocali.

il Time ha parlato di una nuova gioventù nipponica che sembra voglia guardare alla società in una maniera nuova, ma in un paese in cui il Partito Comunista è ancora legato, spesso, a vecchi schemi e la Zengakuren, la grande organizzazione giovanile di sinistra, è ancora vitale;   dove un partito è legato alla potente setta buddista della Soka Gakkai, per non parlare delle infinità di sette che proliferano,  degli Otaku e dei maniaci della tecnologia che rifiutano il mondo, ma che ha anche contadini ultra-protetti e pescaatori potentissimi quanto le grandi Zaibatsu, le carte sembrano sempre mischiate in maniera imponbderabile. Ma poi vince sempre il banco, e senza barare.


I funerali della Nord Corea?

Agosto 20, 2009

Sembra che la DPRK, la Corea del Nord, intenda inviare una delegazione ai funerali imminenti di Kim dae jung, il presidente delal Sud Corea che aveva, negli anni del suo mandato, il primo del partito storicamente all’opposizione nonchè, in tempi più lontani, grande avversatore del regime dittatoriale che lungamente aveva stretto Seul nella morsa.

E’ ovviamente tutto ancora da vedere, in quanto i nordcoreani hanno ormai abituato quella parte di opinione pubblica che ne segue le gesta a ripensamneti repentini e violenti.

Ma se anche così dovesse essere, il gesto rimarrà ancora da interpretare, con almeno quattro possibili significati che si potrebbero sottintendere:

  • ci potremmo trovare, ma è improbabile, davanti ad un gesto di apertura verso il sud, che però sconfesserebbe quello che sembra uno dei pochi fili certi nella tela politico-diplomatica di Pyongyang, ovvero la pertinace, ma talvolta complicata, ricerca di un dialogo con i soli USA.
  • nel più classico stile del “divide at impera“  il Caro Leader, o chi per lui, potrebbe voler dare il proprio endorsment ad una delle parti politiche della Sud Corea, paese oggi in crisi economica profonda, profittando della scomparsa dell’inventore della sunshine policy per colpire il partito al potere e la sua intransigenza in fatto di dialogo inter-coreano.
  • il tutto potrebbe essere nient’altro che una mossa, di chissà quale portata e diretta a quale scopo,  all’interno di quel sotterraneissimo Risiko di potere che sembra si stia svolgendo a Pyongyang in questi mesi resi incerti dalla traballante salute del despota e le cui armate sono la famiglia ristretta di Kim, il clan, i militari ed il partito, da anni ormai subalterno ai circoli in uniforme, cardine del gruppoo di potere odierno.
  • più probabilmente è solo l’ennesimo tira e molla inconcludente di un paese le cui classi dirigenti navigano nell’oro a danno della popolazione,  per estorcere chissà cosa alla comunità internazionale.

Ma se il gesto di distensione è autentico andremmo, sia pure di qui a molto, al funerale della Nord Corea, il quale potrebbe però non essere quell’evento festoso che tutti attendono, date le ennormi ricadute economico- sociali che funesterebbero il paese ed almeno tre dei suoi vicini, ovvero, la Sud Corea, la Cina ma anche il Giappone.


Addio Nanda

Agosto 18, 2009

Sto ascoltando My Funny Valentine suonata da Gerry Mulligan e Chet Baker, e penso che oggi ci ha lasciato la Nanda. Non sono uno di quelli che va in giro a dare del tu a tutti e vivo la soggezione gerarchica. Ma Fernanda Pivano era per noi tutti la Nanda. Noi che amiamo la letteratura americana, che abbiamo  letto tutti  o quasi i romanzi di Kerouac, che siamo rimasti segnati da Una Coney Island della mente, che abbiamo sofferto il caldo tra le pagine di Luce d’Agosto anche se era un freddo novembre mentre lo leggevamo, che a Milano abbiamo cercato in Galleria i caffè di Addio alle Armi e che vogliamo per il sonno eterno una lapide di Spoon River,  ci siamo abbeverati ai suoi ricordi,  facendo un pò nostro il mondo dei Beat con Ginsberg che prepara un pollo psichedelico, correndo da Papa a leggere in antempriam il suo romanzo.

Ma ci siamo anche formati intellettualmente e socialmente sulle sue pagine critiche, dove non c’era solo dell’ottima analisi letteraria, degna e stradegna del suo indimenticabile maestro, Cesare Pavese, ma anche una capacità di leggere la società americana e dunque in prospettiva tutto l’occidente: la sua prefazione a Sulla Strada, dove illustrava in modo così lucido il mondo beat è oggi imprescindibile per se stessa. La sua disamina del mondo Hippie e della discendenza autenticamente americana delle sue radici, muovendo dall’esperienza sul campo come dalle dichiarate discendenze letterarie che dai beat scendevano ad Anderson e da lui a Saroyan per arrivare a Whitman, a Mark Twain e per certi versi ai trascendentalisti Emerson ed ancor più Thoreau è stata delle più acute e lucide.

Ma più di tutto mi mancherà il suo sorriso, quello capace di farti ancora pensare che la vita può anche essere bella.


Heimat e Rohmer (perchè d’agosto?)

Agosto 12, 2009

La Hobby & Work sta mandando in edicola due bellissime serie di DVD dedicati al grande ciclo tedesco Heimat ed ai film del poeticissimo regista francese Rohmer.

Ma perchè cominciare in agosto? già non stiamo parlando di beniamini del pubblico, e per averli scelti il gruppo editoriale va certamente ringraziato, ed è probabile che molti appassionati possiedano molti dei DVD che compongono le serie.  Sarà quindi, in un periodo in cui molti sono in vacanza, e così le edicole, attrarre nuovi curiosi ed invitarli a conoscere la famiglia Simon e le sue traversie tra bianco e nero e colore,  oppure a passeggiare con Gaspard lungo la spaiggia del Racconto d’Estate.

In cuor mio spero che le iniziative possano avere successo, per così poter sperare di vedere presto altri sceneggiati come Scene da un Matrimonio nella versione lunga oppure Berlin Alexanderplatz, altro esempio delal fascinazione, non so quanto rosselliniana, delle Neue Kino, per la serialità.

Vedremo


Il direttivo di Fatah

Agosto 11, 2009

Se verranno confermate le indiscrezioni uscite sulla stampa martedì 11 agosto, il nuovo direttivo di Fatah mostra una situazione di stallo, con i giovani che sembrano aver messo la vecchia guardia, sfiancata dall’esilio, ma anche dal governo e dalla corruzione, all’angolo.

Ma la riconferma di Abu Mazen controbilancia la perdita di potere di personaggi, pure controversi e che Abu Mazen non ha mai amato troppo, come Abu Ala,  e pone al centro della scena, con Kaddhoumi chiamato a giocare ancora il ruolo dell’outsider di tutti e di tutto come già faceva ai tempi di Arafat, le debolezze dei giovani leoni, con Bargouthi che dal carcere svolge un ruolo che rasenta l’onorifico e che non riesce ad incidere più di tanto come ha dimostrato il suo tentativo di conciliazione con Hamas, caduto nel nulla o quasi,  o con Dahlan, che ancora si pavoneggia da leader di Fatah a Gaza mentre Hamas lo ha, più o meno esplicitamente, condannato a morte.

Per i palestinesi è ancora il caso di risolvere le controversie interne, prima di potersi nuovamente sedere fruttuosamente ad un tavolo negoziale o fare una qualsiasi scelta nazionale.