Panebianco, l’Islam e l’Europa (per Valentina)

Oggi sul Corriere della Sera Angelo Panepianco ha pubblicato una sua riflessione post 11 settembre,  e, stimolato da un un vito alla riflessione venuto da una persona che stimo molto,  mi sono lasciato trascinare per qualche riga:

Trovo quella di Panebianco un’analisi parziale, sbagliata e pericolosa. Sembra partire da quelli che paiono come incontrovertibili dati di fatto, ma non lo sono in quanto non è possibile farli assurgere a sineddoche delle relazioni più che millenarie tra Islam con il resto del mondo e dell’Islam con se stesso in quella che è chiaramente una guerra per una modernità islamica o per una via islamica alla modernità. Se amassi le suggestioni ed i richiami (ma così non è) sarebbe facile ricordare che il mondo islamico si trova a vivere temporalmente oggi in quello stesso momento che per l’Europa fu la nascita del moderno, con la Riforma protestante, la nascita del Capitalismo ed il consolidamento di venti nuovi e di innovazione. Gli storici, ancorché ancor’oggi dibattano aspramente ed in maniera inconcludente su queste questioni, sanno quale è stato il peso e quale è stato il costo di questi processi per l’Occidente, e quanto a più riprese il mondo extra-europeo ha pagato a tali sommovimenti, dai viaggi oceanici di Vasco da Gama fino almeno alla guerra dei sette anni. Oggi la marginalizzazione dell’Europa ci porta ad essere terreno dello scontro all’interno di un mondo che molti in Occidente si intestardiscono, come fa oggi Panebianco e come faceva, con uguale pressapochismo ma con maggiore insolenza Oriana Fallaci, a considerare in maniera monolitica ed atemporale, con l’aggravante di guradarlo con un senso di autoreferenzialità eurocentrica che oltre ad essere di dubbio gusto morale è sviante.

Le perturbazioni nell’area del subcontinente sono tutte ascrivibili alla contrapposizione religiosa tra musulmani e cristiani? No, anche se i cristiani ne pagano per molte ragioni il prezzo più alto. Ed andrebbero tutelati. Ma non in quanto seguaci di una religione “nostra”, bensì in quanto portatori di valori umani che noi riconosciamo come inalienabili ed imprescrittibili. Salvo quando ci contrapponiamo alla Cina verso la quale teniamo per convenienza e viltà un atteggiamento permissivo e remissivo.

Ed onestà vorrebbe che si riconoscesse che non in tutto il mondo musulmano si arriva ad episodi che in Pakistan sembrano ormai diventati ( e così purtroppo in India) divenuti endemici.

L’Europa deve e può battere il radicalismo islamico solo avendo presente la natura di questo fenomeno, che è squisitamente politica e si riallaccia a radici certe ed estirpabili, ma sopratutto tenendo presente la differenza che passa tra radicalismo e rigorismo islamico, i quali posso essere due pianeti diversi di questa problematica.

Deve l’Europa sopravvivere a qualunque costo, o è bene che sopravviva solo se questo non significa snaturare se stessa ed il cammino che essa ha compiuto e che trova i precetti evangelici legati a doppio filo alla libertà di coscienza?

Concludendo ho come l’impressione che Panebianco, fine conoscitore di quella jungla che è il nostro mondo politico, si sia avventurato, spinto da eccessiva fiducia nelle sue capacità intellettuali, in un campo a lui oscuro e sconosciuto. Ovviamente può pensarla come crede, ma sul Corriere della Sera certi temi dovrebbero rimanere appannaggio di personalità come Guido Olimpio, Ian Buruma, Christopher Hitchens, se non finiremo con avere dei piccoli Henry-Levy convinti di saper scrivere di tutto.

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